19 Marzo 2025

Congedo di paternità: l’Italia ancora indietro per durata e utilizzo

Durante gli ultimi anni, nella maggior parte dei paesi europei, è stato registrato un aumento della durata del congedo di paternità.

Tale aumento, inteso come misura a sostegno di una più equa suddivisione dei compiti e delle responsabilità familiari fra uomini e donne, riflette una maggior attenzione verso il tema della parità di genere.

Nello specifico, la direttiva europea 1158 del 2019 “relativa all’equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori e i prestatori di assistenza” fissa la durata minima del congedo di paternità a 10 giorni lavorativi.

I dati più recenti evidenziano come siano ancora molti i paesi ad attestarsi sul numero minimo di giorni di congedo di paternità; fra essi figura anche l’Italia. La Finlandia, al contrario, si configura come il paese europeo più virtuoso, con un massimo numero di giorni di congedo pari a 160, di cui fino a 63 trasferibili all’altro genitore. Anche la Spagna ha recentemente incrementato il numero di giorni di congedo dei padri, rendendolo pari a 16 settimane e uguale a quello delle madri.

La regolamentazione del congedo di paternità differisce di molto nei singoli stati europei non solo per durata ma anche per altre condizioni, quali ad esempio la percentuale retributiva. In alcuni casi, come quello italiano, questa è pari al 100% durante l’intero periodo di congedo, ma in altri può essere inferiore o variare a seconda dello stipendio percepito e del periodo di assenza.

Da sottolineare, inoltre, come il congedo di paternità sia una misura generalmente disponibile per i soli lavoratori dipendenti. Per gli indipendenti non sussiste attualmente alcuna forma di obbligatorietà di congedo, sebbene siano disponibili, in misura e forma diversa da stato a stato, garanzie di tipo economico.

In Italia, nonostante i giorni di congedo di paternità siano relativamente pochi e risultino interamente retribuiti, la quota di padri che ne usufruisce è ancora contenuta. Stando ai dati del recente studio condotto da Inps in collaborazione con Save the Children, infatti, nel 2023 il valore si attesterebbe sul  64,5%, dato sostanzialmente in linea con l’anno precedente (64,0%).

Generalmente al Nord si registrano le percentuali di utilizzo più elevate, mentre nel Mezzogiorno si osservano i valori più contenuti. Nello specifico, in Trentino-Alto Adige (75,9%), Lombardia (76,4%), Emilia-Romagna (76,5%), Friuli-Venezia Giulia (78,0%) e Veneto (79,0%) si supera il 75% e solo la Liguria (64,3%), nel settentrione, fa segnare un valore inferiore al 70%; in Sicilia (39,4%), Campania (39,1%) e Calabria (35,1%), invece, non si arriva al 40%. Le regioni del Centro presentano valori tendenzialmente compresi fra il 70 e il 74%, ad eccezione del Lazio (63,2%).