Trasformazioni profondissime hanno attraversato il mondo delle libere professioni in oltre sessant’anni. Da una parte una forte crescita, dall’altra un radicale cambiamento della composizione anagrafica. Nel 2025 i liberi professionisti sono più di 1,4 milioni, circa 8,4 volte l’ammontare del 1961, quando erano quasi 167 mila.
La crescita delle donne è stata più intensa di quella degli uomini, anche per via di una maggior inclusione della popolazione femminile nel mondo del lavoro in generale.
Nel 1961 le donne costituivano l’11,1% del totale dei liberi professionisti, mentre nel 2025 la quota sale al 38,7%. Al tempo, solo un professionista su dieci era di sesso femminile. Ad oggi, quasi quattro professionisti su dieci sono donne.
Nel corso del tempo si è evoluta anche la struttura per età del comparto libero professionale, segnato da un generale invecchiamento, che ha caratterizzato anche il complesso degli occupati italiani.
Tra i liberi professionisti uomini si assiste ad una riduzione marcata degli under 35 (dal 31,0% al 14,2%), un calo contenuto della quota di 35-54enni (dal 47,9% al 46,8%) e un forte aumento degli over55 (dal 21,1% al 39,0%). Anche per le donne si contrae la quota più giovane (dal 39,0% al 19,7%) a fronte di un aumento di quella più matura (dal 18,8% al 25,1%). Diversamente dagli uomini, tuttavia, si osserva un incremento rilevante dell’incidenza della fascia centrale (dal 42,2% al 55,1%). Al 2025 le libere professioniste risultano strutturalmente più giovani rispetto ai colleghi uomini, soprattutto per via dell’ingresso più tardivo delle donne nel mondo libero professionale. Il costante aumento della presenza femminile nel comparto, tuttavia, potrà nel tempo aiutare a sanare lo squilibrio anagrafico di genere creatosi negli anni precedenti.
Nonostante la rappresentanza femminile nel mondo libero professionale sia aumentata, persistono differenze di genere spesso invisibili. Stando ai dati Istat 2024 della rilevazione Forze Lavoro, le ore retribuite lavorate mediamente in una settimana dalle libere professioniste sono pari a 35,3, contro le 39,8 dei colleghi uomini. Uno scarto di 4,5 ore settimanali che costa caro alle libere professioniste in termini economici, considerando che il reddito medio delle donne del comparto è pari, mediamente, al 53,7% di quello maschile (fonte Adepp- anno di denuncia dei redditi 2024). Il carico di lavoro non si misura però solo dalle ore retribuite; la cura di casa e famiglia ha infatti un peso notevole nel complesso del lavoro sostenuto settimanalmente. Secondo i dati 2024 della rilevazione Istat “Aspetti della vita quotidiana”, le libere professioniste dedicano mediamente 17,6 ore/settimana alla cura di casa, figli e genitori, 10 ore in più rispetto a quelle spese dai colleghi uomini (7,6). Complessivamente, in una settimana, le ore lavorate dalle donne che esercitano la libera professione risultano pari a 52,9, mentre quelle lavorate dagli uomini sono 47,4. Includere le ore del lavoro di cura nel computo complessivo restituisce un’immagine più completa e realistica del tempo lavorato e ribalta la visione iniziale.
Essere professioniste significa spesso sostenere un carico che non si vede.
Un impegno quotidiano che si aggiunge al lavoro professionale e riduce il tempo per sé, per la formazione e per la crescita personale. Un impegno che pesa anche sulla salute e sull’energia.
Una suddivisione più equa del lavoro di cura, il riconoscimento del suo valore e una parità retributiva restano ancora elementi cruciali per le donne che vivono la libera professione e punti saldi su cui lavorare per migliorare la condizione femminile nel comparto.